Verso il 1° luglio: idee chiare e condivise.

Si è pensato troppo alle sigle, troppo ai proclami, sono nate iniziative in tempi rapidissimi sempre con il solito copione: idee dall’alto verso il basso. Si è dibattuto sui nomi, sui ruoli, sul vecchio e sul nuovo.

Risultato: la gente, in pieno stato confusionale, non ha compreso. A poco servono riunioni in giorni ed orari improponibile per spiegare ciò che è già stato deciso.

E’ una trappola. L’unico vero modo per unire e per coinvolgere sono i programmi: non parlarsi addosso, non elucubrazioni sui massimi sistemi e, soprattutto, niente rincorsa demagogica.

Per ora di idee ne abbiamo lette e scritte ma non abbiamo ancora ben chiarito quali sono le nostre priorità e quali le battaglie da iniziare subito, quelle che il Paese aspetta.

A costo di ripetermi, c’è un grosso problema di disuguaglianza sociale che riscontriamo maggiormente nella sanità universalistica e nella scuola, università e ricerca pubbliche naturalmente passando per la crisi occupazionale e per un programma fiscale che mantiene le disparità.

In realtà serve chiarire chi siamo e quali programmi abbiamo, metterli a punto ed eliminare alcune lacune ove ce ne siano. Abbiamo paura di dirlo? Siamo liberali e non liberisti. Ce la sentiamo di affermare che è giusto far pagare la tassa sulla prima casa ad alcuni, che ci deve essere un modello di fiscalità progressiva, che alcuni privilegi, quelli veri, quelli dei soliti noti vanno aboliti? E, soprattutto, ci riusciamo senza poi fare come il M5S di tutta l’erba un fascio?

Questo ci dobbiamo domandare, altro che i balletti sui nomi del federatore, confessore, mediatore e chi più ne ha più ne metta!

Chi è uscito dal PD o si è riaccostato alla politica perché pensava di trovare una casa a Sinistra merita una risposta netta.

A me pare si giochi ai duri e puri e a chi è più di sinistra: questo genera divisioni, antipatie ed attizza il fuoco mai sopito dei vecchi rancori…

Basta. Ci vogliamo far del male? Un movimento è tale perché è attivo tra la gente, cerca di riunire anime affini intorno ad un percorso analogo altrimenti è più statico e vecchio di quel che si è lasciato alle spalle.

Orecchio ai territori: l’udito non mi sembra al top. Le persone vanno ascoltate ma con calma, non durante piacevoli ma inutili bagni di folla mentre nelle assemblee parlano sempre i soliti, in cattedra di fronte ad una platea forse stufa di battere soltanto le mani.

Non basta più. Si deve cambiare passo.

Soluzione e metodo: selezionare pochi argomenti, prioritari, e su quelli organizzare riunioni durante le quali ognuno possa dare il proprio contributo.

Dopo di che pensare all’organizzazione e avere il coraggio di affermare cosa si vuole fare e con chi…

Vero è che nessuno sarà mai simpatico a tutti, vero è che la vis polemica è vizio italico, ma gli umori ed il polso della situazione vanno presi in serissima considerazione.

Il consenso si costruisce nella condivisione e nella discussione. Nella partecipazione.

Trovo invece che il copione, ahimè, sia sempre il solito.

Personalmente, tento di informarmi e capire, ma non per tutti è semplice mantenere il passo.

L’iniziativa del 1° luglio: ognuno con cui parli ne dà una lettura diversa e prospettive diametralmente opposte. Impossibile da un palco decidere del futuro di un movimento o di uno schieramento politico: tornare in piazza è un dovere ed un piacere, ma per portare delle proposte comprensibili.

La maggior parte di chi ha aderito ad Articolo Uno non ha chiaro cosa aspettarsi.

Male, molto male.

Conclusione: ricominciare. Ma muovendo i passi insieme: nessuno escluso come recita lo slogan. Eppure i primi a sentirsi esclusi dal processo decisionale ed organizzativo sono proprio molti di noi.

Potrei sembrare dura, però se si parla con i territori il quadro che ne viene fuori è proprio questo qui.

Fortunatamente siamo ancora in tempo.

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